01il caos

Cento app AI, la stessa promessa.

Dietro le poche AI generaliste che hanno aperto la strada è nata un'onda di strumenti che promettono app in un clic e automazioni miracolose. Il problema non è più cosa sanno fare: è capire se servono davvero. E se sì, quali.

Le poche che hanno acceso la miccia

All'inizio erano quattro nomi. Modelli generalisti, bravi a scrivere, riassumere e, sorpresa di tutti, a produrre codice funzionante. Non erano nati per costruire software: ci si sono trovati dentro perché il codice, per un modello linguistico, è solo un altro linguaggio.

i generalisti.ai
ChatGPTClaudeGeminiCopilot

Questi quattro hanno alzato l'asticella e, soprattutto, hanno mostrato che c'era un mercato. Da lì in poi è cambiato tutto, ma non nel modo che ti aspetteresti.

Poi è arrivata l'onda.

Attorno a quei modelli si è costruito un secondo strato: decine di prodotti che non hanno un'intelligenza propria, ma confezionano quella degli altri dentro un'interfaccia. Generatori di interfacce, agenti che scrivono interi progetti, piattaforme di automazione con l'AI cucita sopra, editor che completano il codice mentre lo scrivi.

il-secondo-strato.log
v0BoltLovableReplit AgentCursorWindsurfDevinn8n AIMake AIZapier AgentsDifyFlowiseCrewAIAutoGPTBase44Softr AI

Sedici nomi qui sopra, e ne mancano centinaia. Molti sono ottimi strumenti. Alcuni li uso ogni giorno. Il punto non è che siano cattivi: è che promettono tutti la stessa cosa, con le stesse parole, sulla stessa homepage.

Le quattro promesse ricorrenti

promesse.md
«La tua app in un clic»genera una schermata credibile in trenta secondidemo
10׫Sviluppi dieci volte più veloce»vero sul codice ripetitivo, falso su tutto il restoparziale
«Automatizza qualsiasi processo»finché il processo non incontra un'eccezione realefragile
0«Zero codice, zero competenze»le competenze servono comunque, si spostano solo più avantirimandato

Nessuna di queste frasi è una bugia. Sono tutte vere in un contesto preciso, e quel contesto non è mai scritto sulla homepage. È lì che nasce il caos: non nell'abbondanza di strumenti, ma nell'assenza di criterio per sceglierli.

Perché scegliere è diventato il problema

  • Le demo non sono il prodotto. Una schermata generata in trenta secondi è convincente finché non le chiedi di gestire permessi, dati reali e casi limite.
  • I prezzi sono opachi. Crediti, token, «fair use»: il costo vero si scopre quando il progetto cresce, cioè quando cambiare è più difficile.
  • Il lock-in è silenzioso. Alcune piattaforme generano codice che gira solo dentro di loro. Il giorno che vuoi uscire, non stai migrando un progetto: lo stai riscrivendo.
  • La mortalità è alta. Molti tool nati nel 2023 oggi non esistono più. Sceglierne uno è una scommessa sulla sua sopravvivenza, non solo sulle sue funzioni.
  • I dati passano di lì. Ogni strumento in mezzo è un punto in cui le tue informazioni transitano, e non tutti dichiarano dove finiscono.
Il problema non è che ci siano troppi strumenti. È che nessuno di loro conosce il tuo problema.

Il punto che salta sempre

Ogni tool parte dalla soluzione: «guarda cosa so fare». Un progetto serio parte dall'altro capo: cosa deve succedere, per chi, con quali vincoli, quanto deve durare. Solo dopo ha senso chiedersi quale strumento serve, e quasi sempre la risposta è più di uno, ognuno per il pezzo che sa fare meglio.

È una scelta tecnica, e come tutte le scelte tecniche va fatta da qualcuno che risponde del risultato. Non da una classifica su YouTube, e nemmeno dall'AI stessa, che interrogata ti consiglierà sempre di usare l'AI.

Partiamo dal tuo problema

Raccontamelo in due righe. Se non serve costruire nulla te lo dico subito; se serve, ti spiego con quali strumenti e perché.